Pietoso e farsesco lo spettacolo cui assistiamo ormai con preoccupante frequenza: quello in cui i giustizieri recitano la parte che fu della Giustizia, gli strilloni quella della compianta Informazione, e in cui gli invidiosi e gli ignoranti rubano la scena ai Professionisti.
Adagiato sul letto come un cetaceo spiaggiato, stanco dopo una giornata interminabile, braccato esasperato, cercato auspicato invocato, vorrei disperatamente fare qualcosa per me. Prima che il sonno per qualche ora mi prenda con sè. Penso alla mia creatività al minimo storico, alla pila dei libri sul comodino, al silenzio della casa che non oso turbare con la musica che pure tanto desidero. Mi guardo intorno e cerco invano un po' di energia, vedi mai ne fosse rimasta qui o lì...
Mi consola sentirti vicina, immaginare i tuoi abbracci, mi conforta sapere che sei al mio fianco. Attraverso la tua felicità desidero la mia, nello sfascelo che ci circonda.
Mi rendo conto che il tono di questo blog vira decisamente verso il cupo in quest'ultimo periodo...eppure non posso fare a meno di annotare qui il ricordo di un grande della musica italiana, che ci ha lasciato poche ore fa: Beppe Quirici.
Ricordo ancora la prima volta in cui il suo nome mi rimase impresso: suonava il basso e il contrbasso nel tour Dal Vivo di Fossati...all'incirca quindici anni fa. Fu quel disco -quella cassetta ad essere precisi- ad iniziarmi alla canzone d'autore italiana, e a farmi conoscere un gruppetto di grandi strumentisti italiani (Armando Corsi, Elio Rivagli, Vincenzo Zitello,...), una new wave che nella quasi totale clandestinità creava, suonava, incideva brani meravigliosi e compariva di tanto in tanto a nobilitare l'arrangiamento di questa o quella canzone.
E dietro a tanta musica di qualità, solo a cercare un po', spuntava sempre il nome di Beppe Quirici. Pare che una grave malattia ci abbia privato del suo talento. A chi dovesse leggere queste righe suggerisco di ricercarne le orme disseminate in tanti dischi di qualità.
Capita in questo strano mondo (visto il seguito verrebbe di scrivere "questo tempo sbandato"...) che in una sera come tante, in una trasmissione come X-Factor compaia addirittura Ivano Fossati. Che sulle prime ti stropicci gli occhi e ti chiedi se quel bicchiere di vino con cui hai accompagnato la cena non abbia avuto effetti allucinogeni, poi cominci a pensare che - certo - c'è l'album da sostenere con un po' di sana pubblicità, e poi ancora, in fondo in fondo...perchè no ?
E di lì a poco, addirittura comincia uno strano duetto: il nostro cantautore in camicia bianca stropicciata e con un po' di pancetta che suona e canta "Una notte in Italia" con un tizio col viso incipriato, vestito come una specie di Joker da ultimo film di Batman, e che il volgo chiama Morgan.
Cantano insieme, il folletto e il cantautore: ma per quanti sforzi il primo faccia per metterci del suo, cantando a tratti come Cocciante, rincorrendo armonie ed accompagnamenti ai limiti del probabile, al secondo riesce sempre fin troppo facile dimostrare che quella meravigliosa canzone può essere suonata e cantata solo in una maniera.
Michele, da Napoli.
P.s.: c'è una seconda cosa che ti fa venire i brividi...oltre all'esibizione di Fossati...immaginare che per uno strano caso del destino tra i concorrenti salutati dal cantautore genovese c'è mancato poco che ci potesse stare anche Marco Marfè.
Da diversi giorni avrei voluto scrivere qualcosa sulla vicenda di Eluana Englaro. Ma un po' per la mancanza della calma necessaria ad evitare di fermare le prime banalità che mi passavano per la testa, un po' la spocchiosa determinazione di sfuggire al parolaio che si è osservato a riguardo, è andata a finire che non l'ho fatto.
Siamo una gang di trentenni per bene. E ci ritroviamo una sera ad una festa tra amici. E' tanta la gioia di vederci, noi malati di pendolarismo, quando non di emigrazione...per una volta poterci abbracciare in carne ed ossa. Ma i visi sfatti, tirati, difettosi, assonnati. I divani ci attraggono, ciascuno appresso al suo straordinario, al suo sfruttamento, al suo lenone. Il gusto di bere e la colpa di perdere quel poco di presenza che ancora a quest'ora ci resta...il dolce al cucchiaio e l'ossessione della pancetta.
Con una dose gigantesca di benevolenza, arrivo a pensare che le frasi attribuite dalla stampa al Sindaco Iervolino, e che si presume siano state pronunciate durante un interrogatorio e prontamente verbalizzate, siano la dimostrazione lampante della stanchezza che affligge la prima cittadina di Napoli. Alla quale sono pronto a riconoscere una condotta integerrima ed un impegno serio e prolungato. Faticoso tanto da offuscarne la consueta, ancorchè non sempre condivisibile, lucidità.
E' vero, bisogna abbandonare questi luoghi comuni, in base ai quali a Milano c'è la nebbia, e a Napoli si mangiano continuamente la pizza, interrompendosi solo per strimpellare un po' il mandolino...e anche il clima: insomma, non è vero che "chist' è 'o paes' d'o sol'", anche da noi, come a Milano, può piovere...
Questo pensavo cercando di prepararmi ad una breve trasferta milanese. E ad onor del vero sono partito da qui che pioveva, sono arrivato a Milano che pioveva, e al mio rientro a Napoli ancora pioveva. Pioggia quella, pioggia questa...
Ma l'esperienza mi ha insegnato che la pioggia non è tutta uguale, e credo che confrontare il panorama dalla finestra del mio labergo a Milano con quello che mi è capitato di vedere al Borgo dei Marinari una volta rientrato a Napoli non richieda ulteriori commenti.
Uno quei momenti inquieti al termine di una giornata che non vuole finire. La seduzione del letto quasi come un piacere proibito, un lusso immeritato. E la pioggia fuori a secchiate, insieme a renderti ancora più desiderabile il tepore delle coperte e più cupa la veglia. Un ultimo sguardo alla prima pagina di Repubblica, caso mai fosse successo qualcosa di importante, e poi a letto. Un titolo di due righe attira la mia attenzione. Cronaca nera, tanto per cambiare. Un avvocato ucciso a Napoli. Vaghissimo presentimento. 70 anni, stimato professionista. Ce ne sono tanti. A Corso Umberto. Non resisto al dubbio, apro la notizia. Pochi istanti dopo la vista mi trema, non appena letto il nome della vittima. L'Avvocato Antonio Metafora, da qualche anno il legale della mia famiglia. Recentemete alle prese con un contenzioso che mi riguardava.
Gelo.
Leggo la ricostruzione dei fatti. Lo studio, che qualche volta avevo frequentato; la sua stanza elegante, dove sono stato ricevuto. La scena del delitto.
E' un attimo, penso. E a quanto sia beffarda la vita. Che ti fa affascinante, sportivo, capace, realizzato, galantuomo e di sani principi, longevo fino ai 70 anni e poi ti annienta per uno sfratto. Mi lacera la brutalità di questa perdita, che ne evoca altre egualmente brutali, mi disgusta (ma so che sarebbe così in un qualunque altro posto) che a nulla valgano gli sforzi di tutta una vita contro pochi istanti di cattiveria.